Pauli Arbarei, tra
mito e antichi racconti, testimonianze su sospetti
ritrovamenti ossei
In un tempo lontano. Molto, ma molto lontano. All'epoca
delle possenti torri dei nuraghi e delle navi che solcavano
il mare per andare verso lidi dai nomi esotici viveva in un
posto, non troppo distante dal mare, un popolo di adoratori
delle stelle e della luna. Alcuni di questi erano dei
giganti. Vivevano in città circondate da fiumi e canali ma
che un giorno
vennero spazzate via, sommerse da un onda gigantesca
arrivata dal mare... Potrebbe essere il racconto giusto per
far innamorare un poeta della narrazione come il compianto
Sergio Atzeni, autore dell'intrigante e visionario romanzo
dedicato ai sardi, «Passavamo sulla terra leggeri», dei
quali ne evoca poeticamente origini e destini. Eppure di
questi ed altri accidenti si ascolta a Pauli Arbarei, centro
della Marmilla. Tra storia e leggenda, il mito si intreccia
con il racconto orale, passato da padre in figlio, di
generazione in generazione proprio come il rito antico e
oscuro di Antonio Setzu, il custode del tempo del libro di
Atzeni, che trasmette la memoria collettiva al suo
giovanissimo discepolo.
«Diecimila anni fa vivevano da queste parti un re con dieci
dame di corte e una flotta di milleduecento navi». Così
rievoca tziu Alfredo Garau, 69 anni, mentre con gli occhi
misura i filari ben ordinati del suo orto. Piccole e
regolari cunette di terra grigia scura come la cenere, così
come è da queste parti, dentro le quali iniziano a spuntare
dei germogli verdi. Ed è come se tutto fosse accaduto appena
ieri. «Là nella città perduta vivevano anche des' ominis
mannus che nessuno poteva toccare». Poi un giorno la
catastrofe. Quello che era un grande lago con canali
navigabili fino al mare diventò solo una palude d'acqua (e
il nome Pauli Arbarei potrebbe proprio voler dire questo).
«S'unda manna» annientò così una grande civiltà. E poi?
«Quel posto era rimasto sacro nella memoria di tutti.
Non si poteva e doveva violare. Invece... Dai campi ogni
tanto saltavano fuori delle ossa. Tantissime e tutte in sa
idda boccia. Grandi, enormi. Io stesso ho visto, avevo
allora 17 anni, una tibia grande come questo tavolo. Sa, non
si sapeva bene cosa fossero, si prendevano e si buttavano
via. Poi arrivarono i trattori e queste finivano frantumate
sotto i cingoli... anche per la paura che bloccassero
tutto».
Così continua l'anziano di questo villaggio a un tiro di
schioppo dalla Statale 131, dove scorre senza soste il fiume
argenteo delle auto e dei tir.
Qui è come una piccola Macondo dove il tempo sembra essere
rallentato. Vie linde e strette, dove sfilano antichi
portali di legno, si indovinano giardini rigogliosi di erbe
e profumati d'aranci. Dappertutto, nell'aria, l'odore
pungente di fuochi accesi dentro i cammini. Dove un silenzio
calmo e di pace sembra avvolgere come una morbida coltre
segreti nascosti nel cuore degli uomini.
Molti di questi parlano anche dei Giganti. Aveva appena
dieci anni Luigi Muscas, oggi ultraquarantenne quando,
mentre pascolava le pecore a Corte e Baccasa, altipiano
sopra il paese, allo scoppiare di un temporale si era
rifugiato tra le rocce, dentro una cavità. Enorme lo stupore
nello scoprirvi all'interno un grande scheletro mummificato.
Corre trafelato in paese ad avvisare il nonno che, dopo aver
condiviso senza alcun stupore la scoperta, inizia a
tramandare al nipote le antiche leggende del luogo. Leggende
che da allora per quel pastorello, oggi diventato scultore,
sono diventate una grande passione, fino a raccoglierle in
un libro, «II popolo dei giganti» (sarà presentato oggi alle
16,30 a Oristano nella sala conferenze ex Ept di Oristano in
piazza Elenora d'Arborea) che, certo lungi da pretese di
essere un volume con il crisma della scientificità, non solo
raccoglie storie, dubbi e interrogativi senza risposte ma è
di fatto — questo l'elemento più interessante — un bell'incontro
tra mito e conto popolare. Al suo interno infatti ci sono le
testimonianze di ben ventiquattro persone del paese e del
circondario. Una sorta di antologia alla Spoon River
revocatrice di immagini sfocate dal tempo e consegnate in
quel limbo fluttuante tra il sogno e la realtà. Ed è come se
così fosse un solo uomo a parlare, o meglio a narrare con le
ansie e pure le contraddizioni, ma sempre con austera e
rispettosa sacralità, quella che è dovuta agli avi. Grandi o
piccoli che fossero.
Così il racconto di Virgilio Saiu, di 92 anni. «Io, un
gigante l'ho visto davvero. Era il 1950, lavoravo con altri
due operai vicino alla locale chiesa di Sant'Agostino. Fui
io per primo a colpire con il picco una lapide di pietra.
Pulii la terra attorno al coperchio e aprii una enorme bara
di pietra. Dentro c'era lo scheletro di un uomo grande tre
volte la mia altezza. Oltre i due metri e mezzo. Era
mummificato e nelle braccia si vedeva no le arterie
pietrificate. Nelle mani aveva tre monete lucenti. Che diedi
al parrocco, don Sideri perché (così mi disse) avrebbe
dovuto farle vedere a Cagliari. Ma non le ho più riviste. Lo
scheletro? Ci disse di farlo a pezzi e seppellirlo». Ma non
fu l'unica volta. «Sì. L'anno prima facevo dei lavori come
bracciante nella vigna di Nadali Pusceddu vicino a Nuraxi
e'Passeri.
Scavando, scoprimmo una ventina di scheletri tutti
allineati. Alcuni avevano caviglie grandi come quelle dei
buoi».
Tanti concordano nel dire che i Giganti (dei quali vengono
mostrati ipotetiche ossa, qualche stranissimo dente, resti
che molti si augurano vengano analizzati scientificamente)
appartenuti a una gens e a una civiltà cancellata da «s'unda
manna» vivevano là nella città dimenticata.
Nell'altopiano sopra il paese, in effetti, numerose sono le
tracce di siti che forse andrebbero studiati e tutelati
meglio (e finora purtroppo solo preda degli agguerriti
tombaroli che spogliano e distruggono senza curarsi della
memoria e della scienza). Nuraghi interrati, massi ciclopici
rovinati, cocci etc... E perstno grandi e pesanti anelli di
ferro che dicono servissero per l'attracco delle navi.
«Erano nella giara, sotto il nuraghe de S'ununcu e su sensu»
dice Eugenio Cuncu che rivela: «demolendo una vecchia casa
ne trovammo una quarantina che gettarne in una discarica di
Ussaramanna». Ma non ci sono solo Giganti. Adriano Picchedda,
82 anni svela che «fino all'età di 17 anni, con miei
genitori e altre persone in certe notti andavamo attorno a
delle pozze d'acqua a pregare le stelle e la luna. Per
chiedere che l'annata fosse buona».
Ecco forse l'estremo indizio di una memoria che dal mito
diventa poesia. Ultimo segnale di un popolo che come scrisse
Atzeni nella sua affascinante saga non lasciò «altre tracce
che i nuraghe, le navi di bronzo di Urel di Mu e i piccoli
uomini cornuti, guardiani dell'isola che molti fecero
imitando Mir. Nessuno sapeva leggere e scrivere.
Passavamo sulla terra leggeri come l'acqua».
LE TRADIZIONI ORALI VANNO ASCOLTATE
L’opinione del giornalista Sergio Frau
Scavando dentro leggende senza tempo, anche tra i vecchi di
Pauli Arbarei che rievocano storie di giganti e popoli
marinai, torna l'eco sotterranea di un grande onda che dal
mare cancellò una civiltà.
Per primo lei, in «Le Colonne d'Erede, un'inchiesta» ha
ipotizzato scenari diversi per la storia della Sardegna,
quella che lei stesso ha nel Mediterraneo. Cosa ne pensa di
questo reperto di tradizioni popolari?
Non vorrei prendermi meriti altrui... Di Platone
soprattutto: è stato lui a parlarne per primo. In quel mio
libro io, infatti, ho semplicemente verbalizzato le sue
parole, quelle di Omero e quel che la Memoria degli Antichi
d'Oriente — in Grecia, in Egitto — aveva conservato a
proposito di una strabiliante e ricchissima Isola
d'Occidente, al di là delle prime" Colonne d'Erede, nel
l'Oceano di Omero: qui da noi, quindi! Le stesse storie
dicono che poi, però, intorno al XII secolo a.C. quell'isola
fu colpita da terribili cataclismi marini che la ferirono a
morte. I taccuini di scavo di Giovanni Lilliu (in cui
racconta di quando tolse 30 metri di fango dalla sua
Barumini) e un'occhiata
ai tanti nuraghi sotto il fango in pianura, mi hanno
convinto che le tradizioni orali vanno ascoltate e
verificate con rispetto e attenzione. Del resto, ormai,
l'antropologia di alto livello lo fa ovunque...»
— Cosa fare per trovare ulteriori indizi che possano dare un
supporto scientifico a questi racconti?
«Non c'è nulla di meglio che incrociare il rigore nella
ricerca delle fonti testimoniali con campagne di analisi
geologiche ben fatte. A volte, poi, basta soltanto metter da
parte pre-giudizi e ragionare con mente serena...».
— Nel sottosuolo dell'isola c'è ancora molto da scoprire.
Tanto da dover riscrivere la storia del nostro popolo?
«A mio avviso la prima storia della Sardegna è già stata
scritta: è quella che ci raccontano Omero, Ramses III, con
gli Shardana sulle mura di Medinet Habu. Giustamente Lilliu
si è raccomandato di non scavare più tanto! Sono ormai
troppe le meraviglie rinchiuse da anni nelle casse.
Riordiniamo prima quelle! E, piuttosto, cerchiamo di capirlo
cos'è successo davvero al nostro territorio: come mai Losa e
migliaia di altri nuraghi sembrano fatti ieri? E come mai
nelle piane troviamo a centinaia altri nuraghi sepolti dal
fango? Finito il libro l'ho fatto avere a Mario Tozzi,
geologo del Cnr che stimavo ma ancora non conoscevo: è stato
proprio lui a confermare molti dei sospetti
che ormai avevo. E ora — nel nuovo catalogo della mostra
Atlantikà: Sardegna, Isola Mito — ci sono decine e decine di
foto, fatte da Francesco Cubeddu con il suo paramotore:
stringono il cuore tutti quei nuraghi del Sinis e del
Campidano, sepolti come giganti abbattuti. Chiunque potrà
giudicare e ragionarci su: solo se ha voglia di ragionare,
ovviamente...».
Campidano, sepolti come giganti abbattuti. Chiunque potrà giudicare e ragionarci su: solo se ha voglia di ragionare, ovviamente...».
